Matisse. Arabesque

  5 marzo - 21 giugno 2015

 

a cura di Ester Coen

 

Il percorso della mostra

 

Nella prima sala ci accoglie la monumentale natura morta Gigli, Iris e Mimose del 1913 (Museo Puškin, Mosca) anticipatoria della magia cromatica dei toni dell’azzurro e del verde, colori che Matisse riprende dal mondo della decorazione orientale, in particolare dalla ceramica ottomana e nord-africana del XV e XVI secolo, ove la natura è rappresentata in modo simbolico.

 

Ma già dalla sala successiva il percorso della mostra propone suggestioni diverse: il primitivismo, di cui è nota la passione di Matisse e il suo amore collezionistico per le maschere e i tessuti africani. I colori si scuriscono e i segni diventano semplici, geometrici, come nel Ritratto di Yvonne Landsberg del 1914, capolavoro del Philadelphia Museum of Art e vicino, come potenza visiva, alle Demoiselles d’Avignon del 1907, icona rivoluzionaria dei linguaggi artistici del Novecento. Accanto, una serie di eccezionali ritratti che raccontano la trasformazione sempre più essenziale del tratto dell’artista: dall’Italiana del 1916 (Solomon R. Guggenheim Museum, New York), alla Ragazza con copricapo persiano del 1915 - 16 (The Israel Museum, Gerusalemme), alle Tre sorelle del 1916-17 (Musée de l’Orangerie, Parigi): atmosfere primitivistiche per spingere lo sguardo a individuare i rapporti di fascinazione di Matisse con oggetti, maschere e tessuti africani.

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Matisse rivolge il suo sguardo anche verso schemi decorativi delle culture estremo-orientali ed in sala 3 ecco un ritorno ai picchi di colore con la presentazione di due dipinti della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, il Ramo di Pruno su fondo verde della fine degli anni quaranta, e Fruttiera ed edera in fiore del 1941, le cui cromie brillanti e i motivi vegetali sono frutto dell’interesse di Matisse per la semplicità decorativa dell’Estremo Oriente, accanto a ceramiche e surimono giapponesi che riecheggiano, di quei dipinti, le forme e i motivi staccati dallo sfondo.

 

Nella sala 4 il mondo del Mediterraneo esplode nei suoi colori più significativi, attraverso il Marocco e il rapporto con il mondo islamico (Matisse possedeva tessuti di tutte le regioni del mondo con cui usava tappezzare le pareti dei suoi atelier, nello stile delle abitazioni dei nomadi). Nel celeberrimo Zohra sulla terrazza del 1912 (Museo Puškin, Mosca) che per la prima volta viaggia in Italia, così come in Marocchino in verde sempre del 1912 (Ermitage, San Pietroburgo) e negli altri quattro quadri della sala, capolavori di questi anni, Matisse rende l’effetto “tessile” dell’impianto pittorico attraverso l’estrema semplificazione dell’immagine e l’esuberanza del colore che tocca qui le note più acute. In questa sala, in chiave puramente evocativa, saranno presentate due grandi pareti formate da maioliche di Iznik, ovvero di tradizione turco-ottomana del XV e XVI secolo, ma anche proveniente dal mondo siriano e della Persia.

 

Nella sala 5, un Matisse meno comune ci sorprende con tre straordinari paesaggi degli anni dieci Pervinche - Giardino marocchino del 1912 (MoMA, New York), L’albero presso il laghetto di Trivaux del 1916 (Tate, Londra) e La Palma del 1912 (National Gallery of Art, Washington) così legati alle suggestioni del viaggio in Marocco, opere in cui Matisse elabora la sintesi dell’intarsio cromatico sulle dominanti del verde e del rosa. Accanto ai paesaggi, in questa sala, alcune illustrazioni di Matisse, le acqueforti con segno regolare e sottilissimo per il libro di poesie di Mallarmé del 1932. L’artista dice di queste illustrazioni “Il problema consisteva nell’equilibrare le pagine – una bianca, quella dell’acquaforte, e una nera, quella della tipografia. Ho risolto questo problema modificando il mio arabesco in modo che l’attenzione di chi guarda sia attirata allo stesso modo dal foglio bianco e dalla promessa di lettura del testo.”

 

Nello studio di Matisse, tra collezioni di vasi islamici, preziosi stoffe orientali e gabbie di tortore bianche, era presente spesso anche una modella. Affascinato dal rapporto tra il corpo femminile e l’ambiente dell’atelier, allestito sempre come una scenografia, l’artista dipingeva la magia delle odalische distese, sedute o in piedi e dei tessuti arabescati, sottolineando il gioco di linee che invadevano lo spazio nella seducente esplosione di colori. Nella Sala 6 ecco il fascino misterioso di Odalisca blu del 1921 (dall’Orangerie), la sensualità di Due modelle che si riposano del 1928 e del Paravento moresco del 1921 (entrambi dal Philadelphia Museum of Art) e poi ancora raffinatissimi e sapienti disegni di profili femminili nelle misteriose pose e nei ricchi abiti di odalische.

 

Ma i viaggi ritornano ancora, questa volta con rimandi a motivi decorativi europei: l’abito spagnolo nel dipinto dal piglio energico della Danzatrice spagnola del 1909 (dal Museo Puškin) o nell’abito giallo di Katia del 1951 (dalla Fondazione Pierre e Tana Matisse di New York). E poi alcuni disegni di nudi degli anni Trenta, come Nudo disteso su piccolo tappeto africano del 1935 (Centre Pompidou), Donna che si riposa del 1935, Nudo seduto del 1944 e Nudo disteso sulla schiena del 1946 (Museo Matisse, Nizza).

 

Matisse collabora – come tanti artisti dell’epoca, tra cui lo stesso Picasso – con i Balletti Russi di Diaghilev, e alle Scuderie lo vediamo cimentarsi nella realizzazione di costumi ed abiti di scena. Accompagnati dalle note di Stravinskij, invadono lo spazio i costumi del Chant du Rossignol del 1920, disegnati per il balletto coreografato da Léonide Massine, una sorta di opera totale dove balletto, musica e pittura si intrecciano in un’unica fantastica visione.

 

La mostra prosegue in sala 9 con un gioco di rimandi tra interno ed esterno attraverso i dipinti Interno con fonografo del 1934 (dalla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli) Interieur à Etretat del 1920, dove il tema della finestra, motivo della possibilità di superare con lo sguardo i confini della tela, riconduce interno ed esterno sulla stessa dimensione pittorica.

Nell’ultima sala ritorna il gesto essenziale nei sorprendenti studi e disegni di foglie, alberi e piante, dalle superfici smisurate, dalla potenza di veri e propri dipinti, in particolare il Buisson del 1951 della Fondazione Maeght o l’Arbre del 1951 (Centre Pompidou), disposti come una immensa foresta vegetale sulla parete, in un crescendo che culmina nel momento di massima concentrazione sul noto, splendido dipinto del Puškin, i Pesci rossi, capolavoro del 1912.

 

Una mostra che, attraverso il rimando a oggetti delle ricche e fastose culture figurative citate, a ibridazioni e a commistioni di generi e stili, farà rivivere il lusso e la delicatezza di mondi antichi, esaltati dallo sguardo visionario, profondo e straordinariamente contemporaneo di un artista geniale e grandioso come Matisse.

 



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