Wim Wenders e gli amici americani

Rassegna cinematografica
a cura di Stefano Della Casa

 

14 luglio 26 agosto 2006
Tutti i giorni ore 21.15
Terrazza delle Scuderie del Quirinale
ingresso fino ad esaurimento posti

 

Quando gli uomini diventano adulti iniziano a riflettere su se stessi. E anche il cinema, l’arte più importante del XX secolo, ha iniziato nella sua maturità a riflettere su se stesso, a citarsi, a fare riflessioni condite di immagini e di suggestioni. E di questo Wim Wenders è stato uno dei testimoni più originali, intelligenti, sorprendenti. Wenders ama il cinema classico (la grande Hollywood, ma anche Ozu) e al tempo stesso ha idee precise sugli innovatori (la Nouvelle Vague, la nuova Hollywood). In tutti i suoi film, Wenders presenta e rielabora i grandi classici del cinema, ma non è mai prigioniero delle citazioni. La conoscenza del cinema è un modo per conoscere se stessi, per parlare di un nuovo tempo, di nuovi rapporti tra le persone. I cineasti nei suoi film muoiono, le sale sono squallide e chiudono, gli attori del passato sono testimoni di un tempo che fu: ma la vita non si ferma. Con grande sintesi, Wenders ha dichiarato che il rock gli ha salvato la vita, intendendo dire che una nuova cultura è stata alla base del suo saper socializzare con gli altri. Di sicuro, il cinema è stato per lui “una concezione del mondo”, proprio come diceva Majakowski. Un mondo che può essere tremendo, triste, attraversato da problemi ma che può essere una grande risorsa, può dare una spinta per continuare a sperare. Un’utopia: proprio come l’America, la grande nazione piena di contraddizioni amata e odiata da una generazione proprio come il suo cinema, quel cinema che oggi assume le dimensioni di un’utopia.

 

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